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Il meteosat di seconda generazione (MSG)

Il primo satellite meteorologico geostazionario europeo (il Meteosat-1) venne messo in orbita nel 1977. Per più di 25 anni dai loro 36.000 km di altezza sul Golfo di Guinea (0° di latitudine e 0° di longitudine) 7 diversi Meteosat hanno "tenuto d'occhio" Europa e Africa, fornendo immagini, filmati e dati sempre più precisi e dettagliati. Dal gennaio del 2004 è diventato operativo un nuovo satellite meteorologico europeo, il Meteosat-8, il primo dei cosiddetti Meteosat di Seconda Generazione (MSG).
La novità principale degli MSG è il loro nuovo radiometro multispettrale, il SEVIRI (Spinning Enhanced Visible and InfraRed Imaging), in grado di rilevare le immagini in 12 differenti canali spettrali (otto per l'infrarosso e quattro per il visibile), con una risoluzione di 3x3 km, tranne che per il canale del visibile ad alta risoluzione, che al SSP (Sub-Satellite Point) avrà una risoluzione di 1x1 km, e per alcuni canali i cui dati sono mediati su aree più grandi . L'intervallo di tempo tra due rilevamenti consecutivi è sceso a 15 minuti dai 30 dei precedenti Meteosat.
La quantità di informazioni raccolte dal nuovo satellite MSG-1 è circa 20 volte maggiore rispetto al vecchio Meteosat-7...e con una frequenza temporale doppia!
Le conseguenze sono notevoli: oggi è possibile ottenere maggiori informazioni sulla velocità del vento, sulla temperatura, sull'instabilità atmosferica e sulle proprietà delle nubi, oltre ad avere dati utili per studi di idrologia, agraria, climatologia, oceanografia, vulcanologia, diffusione di inquinanti e prevenzione di disastri.

Effettivamente sembra che questa nuova generazione di satelliti (al Meteosat-8 ne seguiranno altri tre, il primo dei quali è già stato lanciato in orbita nel dicembre del 2005, con lo scopo di affiancare e all'occasione sostituire l'MSG-1) possa dare nuovi contributi alle previsioni vere e proprie. Il maggior numero di dati raccolti dagli MSG sta rendendo sempre più completo e preciso il lavoro di inizializzazione dei modelli fisico-matematici che sono alla base delle previsioni del tempo. Questo aspetto è fondamentale: con i metodi tradizionali i dati meteorologici che venivano utilizzati nei modelli erano raccolti da stazioni a terra, boe e palloni-sonda non uniformemente distribuiti sul pianeta. L'occhio del satellite al contrario riesce a sondare l'atmosfera in maniera completa, compatta, senza interruzioni. Diventa quindi possibile studiare la dinamica dell'atmosfera anche in zone dove un'effettiva mancanza di dati meteorologici ha sempre costretto a utilizzare molte, troppe approssimazioni, con un conseguente calo della precisione delle previsioni.
E il maggior dettaglio sulle informazioni raccolte consente anche di dedurre i profili verticali dell'atmosfera in maniera sempre più precisa, permettendo così di capire se una nube sia un innocuo cirro o un pericoloso cumulonembo, intuendo anche l'intensità della precipitazione eventualmente associata alla nube. È credibile che nei prossimi anni algoritmi in grado di stimare la quantità di pioggia in base alle immagini del satellite possano diventare sempre più precisi, anche grazie ai dati forniti dall'MSG (in realtà in internet è già possibile trovare carte con questa stima, ma l'attendibilità è attualmente ancora bassa).
A questo proposito vale la pena citare il TRMM, un satellite americano in orbita già dalla seconda metà degli anni '90, in grado di stimare con buona precisione le precipitazioni nella fascia tropicale e attualmente largamente utilizzato da climatologi e meteorologi per studi di alto livello sull'andamento e la distribuzione delle precipitazioni, soprattutto in aree dove la copertura da parte di stazioni di rilevamento a terra è ancora scarsa. Di recente la NASA ha messo in orbita un'altra serie di satelliti appositamente studiati per il calcolo dell'intensità di precipitazione (il progetto A-TRAIN) e in questo contesto, l'Europa sta rispondendo con i suoi MSG.
Insomma, sembra proprio che la meteorologia potrà trarre veri vantaggi da questi nuovi satelliti: le previsioni dovrebbero migliorare sia per l'aumentata quantità di informazioni che potranno essere utilizzate nei modelli previsionali e nel campo della ricerca, sia per la scala spaziale sempre più ridotta.


Paolo Corazzon - meteo.it


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